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Protesta al Vertice dei Popoli Oltre i Combustibili Fossili a Santa Marta, Colombia, aprile 2026
Il significato della transizione energetica e ciò che occorre affinché avvenga in modo equo sono temi al centro di un ampio dibattito (© Olmedo Carrasquilla Avila/COVEC)

Ambientalismo e giustizia climatica. Un contributo al dibattito globale per una transizione energetica giusta

17 ago 2026Colombia: Le realtà regionali, soprattutto quelle del Sud globale, si trovano ad affrontare un bisogno di sopravvivenza sempre più urgente, lontano dalla qualità della vita promessa dagli slogan che invocano una maggiore apertura dei mercati. Miniere, inquinamento, espropriazioni e morte aumentano in tutto il mondo, con un’incidenza particolarmente elevata in America Latina e nei Caraibi.


Questo scenario fonde ruoli contrapposti nella difesa della vita, mettendo in evidenza un ordine economico dominante e una tutela dello status quo sotto i dettami della transizione energetica. Le sue premesse provengono dagli stessi invasori, saccheggiatori e inquinatori che, attraverso generazioni di industrializzazione, hanno mantenuto molti Paesi nella povertà, nell’esclusione e nell’indebitamento estero.

In direzione opposta, questo documento intende fornire elementi che consideriamo essenziali per un cambiamento del modello economico ed energetico e per una transizione giusta, nonché per abbattere la logica capitalista dell’attuale ordine globale e il complesso tecnologico autoritario che indebolisce lo Stato di diritto e le sovranità:

  1. Trasformazione o riforma dell’attuale politica climatica e del sistema di consumo delle materie prime.
  2. Autonomie condivise tra popoli, regioni e mondo, capaci di garantire la continuità dei cicli vitali e di preservare la struttura socioculturale come barriera a tutela delle sovranità.
  3. Piattaforme autonome di educazione e comunicazione.

Colonialismo verde e sovranità ecologica

Partecipante al Vertice dei Popoli Oltre i Combustibili Fossili, con alle spalle un cartello recante la scritta “Colombia libera dal fracking”
Il Vertice dei Popoli Oltre i Combustibili Fossili ha rappresentato un ampio spazio di confronto tra comunità e organizzazioni sociali, ambientaliste e per i diritti umani (© Olmedo Carrasquilla Avila/COVEC)

Con l’imposizione dei Trattati di libero scambio (TLC), i governi firmatari hanno sostenuto di voler ridurre le disuguaglianze sociali attraverso una dinamica commerciale globale che prometteva di accrescere il prodotto interno lordo (PIL). Tuttavia, a beneficiare di queste iniziative sono la corruzione e le élite locali, che finanziano le campagne elettorali in cambio della possibilità, per le proprie imprese, di partecipare al boom dell’estrattivismo e di ottenere profitti sui mercati finanziari.

Le previsioni compiacenti di prosperità hanno permesso a molte imprese, protette dalle istituzioni statali, di operare senza rispettare le procedure previste e le leggi nazionali. Migliaia di concessioni minerarie, petrolifere e di altro genere violano attualmente il diritto al consenso libero, previo e informato, l’Accordo di Escazú e altri strumenti giuridici.

In questo contesto si possono citare due esempi: la sentenza che ha dichiarato incostituzionale la Legge 406 del 20 ottobre 2023, relativa al contratto-legge tra lo Stato panamense e l’impresa Minera Cobre Panamá (First Quantum Minerals), e la consultazione popolare sul Parco nazionale Yasuní in Ecuador, tenutasi il 20 agosto 2023. In quest’ultimo caso, il 59% dei cittadini ecuadoriani ha deciso democraticamente la chiusura progressiva e ordinata dei 246 pozzi petroliferi esistenti nel Blocco 43.

Entrambi i verdetti sono vincolanti e alimentano un dibattito attuale che pone la volontà popolare al di sopra degli spazi del potere locale, oggi sostenuti dalle multinazionali estrattive intenzionate ad avviare o proseguire lo sfruttamento dei beni ecologici sovrani dei due Paesi. Questi beni sono tutelati dalle leggi ed è inammissibile che siano trasformati in oggetto di compravendita o trasferimento, considerata la protezione costituzionale di cui godono.

Situazioni analoghe si ripetono in diversi Paesi, secondo un modello che viola lo Stato di diritto, la democrazia e la sovranità.

Un potere irrazionale al di fuori del quadro giuridico

L’interventismo estrattivo, attraverso il proprio modus operandi e il processo di accumulazione per espropriazione, tende a compromettere la sovranità e i beni comuni a vantaggio degli investitori, come esige in modo sempre più accelerato lo stesso sistema capitalista. Vengono sviluppate nuove tecnologie e strategie persuasive, comprese strutture e fonti di profitto legittimate dalla legislazione locale.

Questi territori sacrificati, oggetto di studio dell’ecologia politica contemporanea, mostrano una moltiplicazione dei conflitti tra i difensori delle diverse forme di sovranità dei popoli e l’estrazione mercenaria promossa da governi e multinazionali alleati dello Scudo delle Americhe e di altre iniziative politiche emisferiche asiatiche ed europee.

I loro portavoce, che nei decenni passati hanno promosso l’economia di libero mercato, stanno elaborando nei propri circoli elitari una nuova strategia di accaparramento globale, volta a garantire quella che definiscono sostenibilità energetica, fondata su una transizione dal carbonio apparentemente responsabile.

Mercati del carbonio e false soluzioni climatiche

Da tempo analizziamo e smascheriamo questa contraddizione intrinseca al sistema attraverso diverse mappature e denunce delle false soluzioni al cambiamento climatico. Esse aggravano il problema delle scelte e delle decisioni relative al futuro del pianeta, in un contesto di crescente disuguaglianza tra gli esseri umani. Aumentano inoltre il debito ecologico e dimostrano la totale mancanza di impegno da parte dei Paesi inquinatori nel riparare i danni subiti dalle aree più gravemente devastate dagli effetti della crisi climatica.

La struttura economica sorta con il pretesto della "protezione del clima" comprende il cosiddetto mercato del carbonio, che promuove una dinamica finanziaria tra le multinazionali responsabili delle emissioni di anidride carbonica e i governi. Attraverso strumenti come i certificati o i crediti di carbonio, tale sistema giustifica la prosecuzione delle attività estrattive e inquinanti, tra cui quelle petrolifere e minerarie. Nel linguaggio comune, questa modalità è diventata un ulteriore anello della catena dell’insostenibilità capitalista: il business del clima.

Questa dinamica economicista genera progetti legati al carbonio che, una volta autorizzati tramite certificazioni o permessi di emissione — i cosiddetti crediti di carbonio — consentono alle multinazionali di continuare a operare, sostenendo di neutralizzare le proprie emissioni mediante diversi meccanismi, tra cui la compensazione delle emissioni di carbonio e quella della perdita di biodiversità.

Colonialismo verde

I progetti legati al carbonio rappresentano quindi un valore finanziario per gli investimenti delle multinazionali responsabili delle emissioni. Il mercato del carbonio offre loro il quadro giuridico necessario per imporre progetti di accaparramento dei territori e degli ecosistemi.

Ne sono un esempio i progetti per la protezione delle mangrovie o delle zone umide, le piantagioni forestali, il programma per la riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e dal degrado delle foreste (REDD+), il Fondo per il finanziamento delle foreste tropicali (TFFF), il biochar e i progetti per l’idrogeno verde, tra gli altri.

Si tratta di un vero e proprio colonialismo verde, che mira a controllare i territori, espellere le comunità ed estrarre risorse in nome della «protezione della natura».

Si tenta di normalizzare l’irrazionalità dei mercati del carbonio attraverso un'operazione cosmetica verde o  greenwashing. Il sistema è accompagnato da organismi internazionali di standardizzazione che regolano i diversi mercati del carbonio mediante strategie e metodologie perverse, difficili da comprendere per i Paesi del Sud e per le persone colpite o vittime del cambiamento climatico. La loro imposizione è antidemocratica e non rispetta né le procedure giuridiche previste né il controllo pubblico esercitato dai popoli sovrani.

Narrazioni riciclate e tutt’altro che intelligenti: le coincidenze delle Big Tech

Di fronte al collasso del sistema-mondo e all’ascesa di regimi estremisti di destra, gran parte della classe dominante si allinea alla retorica  che fomenta logiche di supremazia. L’aggressività, la violenza e il vassallaggio politico si intensificano, mentre emergono figure mediocri e sorgono interrogativi sulla salute mentale di alcune di esse.

Il potere della comunicazione digitale rappresenta lo strumento perfetto per diffondere le premesse dell’attuale situazione di tensione globale, fondata sul controllo. Esso ci conduce verso Stati paria e negazionisti, in opposizione a una civiltà che cerca altri modelli di vita.

Con gli attuali governanti, l’intero processo volto a costruire una nuova società giusta appare come un miraggio. La tecnologia lascia un retrogusto amaro dietro la propria immagine progressista e viene impiegata per giustificare l’estrazione dei minerali rari e le transizioni imposte autoritariamente, secondo una visione del mondo omogeneizzata che esclude una parte considerevole dell’umanità. Il modello di sviluppo proposto è già fallito, perché è distruttivo per sua stessa natura.

L’analisi e il dibattito sull’ambientalismo in un’epoca caratterizzata dai conflitti estrattivi si collocano, sul piano geopolitico, nel quadro del controllo delle sovranità.

In questo contesto di potere e di dominio mediatico emergono le Big Tech, che proteggono le idee delle élite industriali e del potere statale. Il giornalismo critico e i mezzi d’informazione tradizionali e indipendenti vengono sostituiti dai software basati su algoritmi che distorcono la realtà, amplificano i contenuti d’odio e organizzano reti di bot. Questi strumenti impongono narrazioni false che diventano tendenze tra i cittadini, spesso pronti ad assimilarle senza spirito critico, perché privi di accesso a fonti d’informazione verificabili.

Nel contesto panamense, un’inchiesta giornalistica intitolata “Taladores Digitales” ha portato alla luce l’offensiva mediatica legata al dibattito sulla riapertura della miniera Cobre Panamá. L’indagine ha esaminato oltre cento profili sui social network che promuovevano la riapertura della miniera, utilizzando identità false, pagine presentate come organi d’informazione e dipendenti della stessa società mineraria. Secondo gli autori dell’inchiesta, si trattava di una strategia comunicativa fondata su molestie, retorica dell’odio, insulti e disinformazione, condotta simultaneamente contro i cittadini, le organizzazioni della società civile e i mezzi d’informazione indipendenti. Secondo l’organizzazione che ha condotto l’indagine, su Meta sarebbero stati investiti quasi 60.000 dollari in questa campagna.

Questa pratica tecnologica, sostenuta da Stati falliti, costituisce un grave pericolo quando si impone come status quo, sradicando un intero popolo dalla propria memoria, dalla verità, dalla giustizia e dalla libertà di determinare il proprio destino.

L’ordine economico globale si rinnova e si accompagna a un nuovo ordine della comunicazione, che subordina le culture e stigmatizza ogni cittadino contrario alle direttive imposte dall’alto. La corsa agli armamenti, la crescente militarizzazione dei territori e la criminalizzazione delle persone colpite dal modello estrattivista acquistano sempre più forza. Queste persone rappresentano infatti una minaccia per gli interessi dei gruppi economici. Con il sostegno del potere statale, le élite arrivano persino ad accusare i movimenti per la giustizia socioambientale di essere finanziati dal narcotraffico.

Tutto ciò avviene in un contesto di corruzione e impunità per i responsabili delle operazioni militari. Il diritto dei cittadini alla libertà di espressione e di protesta viene ignorato, così come vengono disconosciuti gli organismi internazionali incaricati di tutelare i diritti umani nella regione e le misure cautelari da essi adottate.

Una transizione energetica fondata sui principi umani dei popoli

Nell’aprile 2026 Santa Marta, in Colombia, ha ospitato la prima conferenza sulla transizione oltre i combustibili fossili. L’incontro, promosso dai governi della Colombia e dei Paesi Bassi, ha riunito oltre 57 Paesi e più di mille attori chiave per promuovere gli impegni globali assunti nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Per cinque giorni, i Paesi e i rappresentanti di 14 gruppi di portatori d’interesse hanno creato uno spazio sicuro di confronto sulle modalità per realizzare una transizione giusta, ordinata ed equa che consenta di abbandonare i combustibili fossili, secondo il rapporto esecutivo della Prima conferenza sulla transizione oltre i combustibili fossili.

Nei giorni precedenti alla conferenza internazionale si è svolto il Vertice dei Popoli Oltre i Combustibili Fossili, che ha accolto rappresentanti dei popoli originari e afrodiscendenti, delle comunità rurali e costiere colpite e preoccupate dal cambiamento climatico, ambientalisti, difensori dei territori, organizzazioni sociali e cittadini. Il suo obiettivo era concordare politiche per ridurre la dipendenza da petrolio, gas e carbone e definire una strategia inclusiva che riunisse posizioni e alternative per una transizione giusta.

È stato un dibattito collettivo complesso e senza precedenti, nato di fronte agli scarsi progressi compiuti dalle riunioni regionali e dai vertici sul clima. Al di là di ogni utopia, esso alimenta la speranza di rifondare nel lungo periodo i modelli produttivi sulla base di principi ecologici e umani.

I movimenti per la giustizia climatica partecipano a questi e ad altri incontri, come l’ultima riunione alternativa al vertice climatico COP30 di Belém do Pará, in Brasile, per ricostruire un soggetto collettivo capace di affrontare sfide che vanno oltre la questione climatica: l’estrema destra, i genocidi, il razzismo e il nuovo ordine economico globale che minaccia il futuro dell’umanità.

Al Vertice dei Popoli Oltre i Combustibili Fossili erano presenti anche numerosi rappresentanti dei popoli indigeni
Popoli indigeni provenienti da tutta l’America Latina presenti al Vertice dei Popoli Oltre i Combustibili Fossili (© Olmedo Carrasquilla Avila/COVEC)

È una sfida che richiede principi, impegni e determinazione per superare le carenze emerse nel movimento sociale e ambientalista. Occorre ristrutturarne le modalità d’intervento, incorporando una nuova visione del mondo senza perdere le radici e il patrimonio ancestrale. È inoltre necessario adottare altre forme di interazione pedagogica tra le generazioni attraverso scuole popolari di formazione ecologica. L’educazione popolare non è un’istruzione convenzionale, ma uno strumento di trasformazione di fronte alla cultura del dominio tecnologico e delle élite globali.

Il tipo di transizione che proponiamo si costruisce attraverso la pluralità di idee e posizioni delle comunità che partecipano ai dibattiti globali. In questi spazi si individuano punti d’incontro, evitando al tempo stesso di uniformare le proposte provenienti dal lavoro di base di organizzazioni e collettivi e sostenute dai principi autentici dei settori della società civile realmente impegnati nella trasformazione dell’attuale struttura economica ormai fallita.

Ciò che conta davvero sono gli interessi fondati sull’esperienza delle comunità. Uniti al pensiero critico e intellettuale, essi acquistano forza e alimentano la speranza.

Viene così condiviso un vasto insieme di proposte, alternative e strategie per garantire una transizione o trasformazione verso altre forme di vita.

Pertanto, tra gli strumenti e le posizioni necessari per superare la crisi attuale e rendere possibile un cambiamento del modello socioeconomico o una transizione energetica globale, libera dai combustibili fossili, giusta, condivisa, strategica ed efficace, si possono indicare i seguenti:

  1. Di fronte alla crisi attuale, la transizione energetica deve avere un carattere riparatore nei confronti dei danni provocati al pianeta dalle grandi imprese inquinanti e dall’inazione dei governi.
  2. I Paesi del Sud devono essere liberati dai debiti finanziari. La cooperazione internazionale destinata ai Paesi in via di sviluppo e a quelli colpiti dal cambiamento climatico non può essere oggetto di operazioni di scambio economico né essere subordinata a regimi economici e politici antidemocratici. L’impegno nei confronti dei Paesi del Sud deve fondarsi sul principio di solidarietà, attraverso programmi educativi e lo scambio di tecnologie appropriate e a basso impatto.
  3. È necessario respingere le false soluzioni climatiche, come l’impiego speculativo delle cosiddette energie “pulite”; i biocombustibili derivati da monocolture industriali di palma da olio, soia o canna da zucchero; l’accaparramento dei territori per progetti finanziari speculativi legati all’energia solare ed eolica; gli altri affari presentati come soluzioni basate sulla natura; e la finanziarizzazione promossa dalle imprese con il sostegno dei governi. Devono essere respinte anche le tecnologie inappropriate impiegate per contrastare il riscaldamento globale, come la geoingegneria e altri interventi tecnocratici.
  4. La diversificazione delle economie garantisce sia la sostenibilità dei popoli, attraverso un lavoro dignitoso, una buona qualità della vita e la tutela dei beni comuni, sia il loro diritto a partecipare alle decisioni e alla produzione di autentica energia rinnovabile.
  5. Un futuro senza combustibili fossili deve essere costruito progressivamente attraverso accordi vincolanti, trattati o tribunali per la giustizia climatica. Ciò deve comprendere giustizia e riparazioni per i popoli e i territori sacrificati dallo sfruttamento di petrolio, carbone, gas e minerali, oltre a strumenti giuridici come moratorie sull’assegnazione dei territori alle multinazionali per l’estrazione e lo sfruttamento dei beni ecologici.
  6. Una democrazia energetica, nel quadro della transizione strutturale, deve riconoscere il diritto dei popoli all’energia non come politica assistenziale o forma di sussidio, ma come effettivo accesso e possibilità decisionale, finalizzati a realizzare una piena sovranità energetica senza riprodurre il modello energetico statale e imprenditoriale.
  7. Condanniamo e respingiamo il Sistema di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati (ISDS) e ne chiediamo l’eliminazione, perché costituisce uno strumento che subordina i Paesi agli interessi delle multinazionali.
  8. Nei casi in cui non sia ancora stata realizzata, è necessaria una riforma agraria popolare e solidale che promuova autentici modelli di vita attraverso l’agroecologia, l’economia popolare e solidale e il turismo ecologico responsabile. Deve soprattutto rispettare e riconoscere la saggezza ancestrale, la diversità culturale e le diverse visioni del mondo dei popoli.
  9. Sosteniamo una giustizia climatica libera dalle lobby industriali che, attraverso la loro pseudocrescita verde e il greenwashing, perpetuano la dipendenza da una cultura consumistica e rifiutano ogni responsabilità per la riparazione dei danni e dell’inquinamento causati.
  10. Respringiamo anche la narrazione che promuove l'estrazione mineraria, presentandola come falsa transizione verde: lo sfruttamento dei territori per estrarre minerali come litio, cobalto, nichel, rame e terre rare, in nome di una transizione energetica mal concepita che avvantaggia soprattutto l’industria militare, tecnologica e dell’intelligenza artificiale. Respingiamo inoltre l’ostruzionismo climatico promosso dai settori conservatori e industriali, che ostacolano la lotta al cambiamento climatico.

In questo contesto, il dibattito globale deve includere stabilmente, attraverso un modello di governance condivisa, tutte le componenti della vita pubblica necessarie a orientare legittimamente il processo globale verso una transizione autentica e giusta: comunità scientifica, agricoltori, popoli originari, comunicatori, femministe, economisti, educatori, difensori dei diritti popolari e altri soggetti.

Chiediamo di garantire una partecipazione diretta delle parti nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), evitando di duplicare gli sforzi internazionali attraverso iniziative analoghe, ma senza trascurare gli incontri, le riunioni e i forum che integrano il lavoro per la transizione energetica. Le diverse posizioni devono inoltre essere rappresentate in condizioni di parità, poiché, nonostante le rispettive realtà climatiche, molti Paesi non esercitano alcuna influenza sulle decisioni e sulle azioni comuni.

La prossima, seconda Conferenza sulla transizione oltre i combustibili fossili, che si terrà a Tuvalu (nella regione della Polinesia) e in Irlanda nel 2027, dovrà liberare il dibattito dalla retorica dei lobbisti delle compagnie petrolifere e dei promotori delle false soluzioni al cambiamento climatico. Dovrà invece richiamarsi all’integrità, alla solidarietà, alla trasparenza e al rispetto reciproco tra gli attori coinvolti nel dibattito globale sul clima, con particolare attenzione ai popoli originari. Come affermato dalla Corte interamericana dei diritti umani, è infatti essenziale riconoscere l’importanza dei popoli indigeni e dei loro territori per la conservazione dell’ambiente di fronte all’emergenza climatica.

Manifestazione in Colombia durante il Vertice dei Popoli Oltre i Combustibili Fossili
Non è mancata la protesta contro il dominio che i combustibili fossili continuano a esercitare a livello globale (© Olmedo Carrasquilla Avila/COVEC)

Il nostro contributo non rappresenta una visione unilaterale nel dibattito globale. Al contrario, è il risultato del tessuto popolare. Il nostro cammino aiuta la collettività a discutere, definire posizioni e trasformare l’iniquo modello di sviluppo, procedendo verso una transizione energetica giusta e solidale.

Negli ultimi decenni abbiamo condiviso diverse pubblicazioni sugli effetti negativi del cambiamento climatico, che comprendono denunce, prese di posizione e proposte elaborate dalle comunità a partire dalle loro prospettive settoriali e dal lavoro di base. Questi contributi sono il risultato del dialogo tra saperi, di simposi accademici e dei dibattiti sviluppati tanto nei vertici ufficiali quanto negli incontri alternativi promossi dai popoli. Questo testo rappresenta un ulteriore contributo.

Di Olmedo Carrasquilla Aguila per il collettivo Voces Ecológicas (COVEC) e Salviamo la Foresta

Abya Yala, agosto 2026.

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