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Legno di balsa accatastato
Il traffico di legname illegale nei paesi amazzonici fomenta il crimine organizzato (© Felipe Bonilla)
Lori rossi in gabbia
Loris rossi in gabbia frutto di traffico di animali selvatici (© Flight)

Amazzonia: 839 arresti in cinque Paesi contro i crimini ambientali

5 ago 2026Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Perù: Cinque paesi amazzonici hanno unito le forze in una delle più vaste operazioni mai condotte contro l'estrazione illegale di oro, la deforestazione e il traffico di fauna selvatica. Ma dietro i numeri resta una domanda: chi protegge le comunità che vivono in quei territori?


Le polizie di cinque Paesi amazzonici hanno arrestato centinaia di persone e sequestrato legname, minerali e migliaia di capi di bestiame in una delle più grandi operazioni coordinate contro i crimini ambientali mai condotte nella più grande foresta pluviale del mondo. Lo riferisce l'agenzia Associated Press (AP), che il 4 agosto 2026 ha dato notizia dei risultati resi pubblici dalle autorità di Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador e Perù.

I numeri dell'operazione

L'operazione, denominata Green Shield 2026 ("Scudo Verde"), si è svolta dal 15 al 31 luglio e ha mobilitato oltre 3.600 agenti in tutto il bacino amazzonico. Gli obiettivi: estrazione mineraria illegale, deforestazione, traffico di fauna selvatica, contrabbando di carburante e accaparramento di terre — l'occupazione illegale è quasi sempre seguita dal disboscamento selvaggio.

Secondo i dati riportati da AP, il bilancio è di 839 arresti in 1.045 azioni sul campo. Sono stati sequestrati oltre 280.000 metri cubi di legname tagliato illegalmente — sufficienti a riempire circa 110 piscine olimpioniche — insieme a 195 tonnellate di minerali e di attrezzature impiegate nell'estrazione illegale di oro, carbone, ferro e rame. Le autorità hanno inoltre recuperato più di 3.000 animali vivi e almeno 430 animali morti legati al traffico di fauna: serpenti, uccelli, lucertole e pesci. Il valore complessivo dei beni sequestrati supererebbe i 280 milioni di dollari.

Il coordinamento è avvenuto da Bogotá, in Colombia, attraverso l'International Initiative of Law Enforcement for Climate (I2LEC), iniziativa sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti e lanciata nel 2023 in collaborazione con l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC). L'azione fa seguito a un'operazione analoga del 2025, che aveva riunito più di 1.500 agenti del Brasile, della Colombia, dell'Ecuador e del Perù; quest'anno si è aggiunta la Bolivia, con dispiegamenti simultanei nelle remote regioni di frontiera e lungo i fiumi.

Gli investigatori sottolineano un punto decisivo: spesso sono le stesse organizzazioni criminali a combinare estrazione mineraria illegale, taglio del legname e traffico di specie selvatiche, utilizzando rotte di contrabbando e reti finanziarie condivise che attraversano i confini nazionali. Come ha dichiarato il capo della polizia ambientale peruviana, generale J. Manuel Cruz Chamba, citato da AP, i crimini ambientali non rispettano i confini e richiedono quindi una cooperazione internazionale.

Un traffico che si nutre del mercato legale

I 3.000 animali recuperati durante l'operazione rappresentano una minima parte di un fenomeno che seguiamo da tempo. Come spieghiamo nella nostra area tematica Commercio e traffico internazionale di fauna e flora selvatiche, il traffico illegale di specie è una delle principali minacce alla sopravvivenza della biodiversità, con ricadute pesanti sul clima, sulla sicurezza e sulla salute pubblica — basti pensare al rischio di malattie zoonotiche.

Il punto centrale è che è proprio l'esistenza di un ampio mercato legale a creare lo spazio in cui il traffico illegale si inserisce e prospera: delle oltre 37.000 specie elencate dalla CITES, il 97% può essere commercializzato legalmente. Molte specie vengono così trafficate con documenti falsificati che ne occultano l'origine, spesso grazie alla complicità di funzionari corrotti. Lo stesso meccanismo di "riciclaggio" vale anche per il legname tropicale, che entra nei mercati legali attraverso canali illeciti. È la stessa dinamica che l'operazione Green Shield ha intercettato in Amazzonia: crimine organizzato transnazionale attratto da un'attività ad altissima redditività e a basso rischio sanzionatorio, che alimenta la corruzione e il riciclaggio ed erode lo stato di diritto dei Paesi coinvolti.

Quando il legname diventa uno strumento per lavare denaro sporco

 Il legame tra il traffico di stupefacenti, di esseri umani, di armi e di fauna selvatica si colloca in un'unica economia illecita globale, in cui le reti criminali convergono con l'economia legale anziché restarne separate.È qui che si annida un secondo danno, meno visibile di quello causato dalla deforestazione.

 Il commercio del legname si presta particolarmente bene al riciclaggio di denaro sporco. Segherie e imprese di esportazione permettono di mescolare tronchi di origine illecita a carichi regolari, di falsificare le certificazioni, gonfiare o sottostimare le fatture e di far transitare capitali attraverso società di comodo: operazioni che trasformano proventi criminali in ricavi apparentemente leciti, protetti da permessi autentici ottenuti con documenti falsi. Un settore ad alta intensità di contante, con filiere lunghe e tracciabilità difficile, offre esattamente la copertura di cui queste reti hanno bisogno. 

Spiega Elisa Norio di Salviamo la Foresta

È una delle ragioni per cui gli arresti, da soli, non bastano: finché non si colpiscono i flussi finanziari e le complicità istituzionali che li rendono possibili, il modello di business resta intatto.

Il punto di vista di Salviamo la Foresta

Le operazioni di polizia sono importanti, ma arrivano quasi sempre dopo. Quando gli agenti raggiungono una draga o un cantiere clandestino, il danno alla foresta è già fatto — e, molto spesso, lo è anche quello alle comunità.

Salviamo la Foresta sostiene da anni progetti che affiancano popolazioni indigene, contadine e organizzazioni di base che resistono agli attacchi dei megaprogetti. Miniere, monocolture, infrastrutture e concessioni estrattive non avanzano soltanto con ruspe e permessi: in molti casi possono avvalersi di gruppi criminali per smembrare le comunità dall'interno — attraverso la corruzione dei leader locali, il reclutamento forzato di giovani, l'istigazione alla prostituzione e lo sfruttamento sessuale attorno ai campi minerari — e farsi così strada nei territori. È una strategia che agisce prima ancora della violenza aperta: dividere, comprare, intimidire.

Questo accade soprattutto nei territori colpiti dall'estrattivismo dell'oro, dove la domanda globale del metallo alimenta un'economia illegale capace di corrompere le istituzioni, contaminare i fiumi con il mercurio e distruggere il tessuto sociale delle comunità che di quei fiumi vivono. Le stesse rotte che portano fuori l'oro portano dentro armi, droga e reti di sfruttamento.

Per questo riteniamo che la repressione, da sola, non basti. Serve rafforzare chi resiste sul territorio: riconoscimento legale delle terre indigene, sostegno alle organizzazioni comunitarie, protezione dei difensori e delle difensore dell'ambiente, alternative economiche reali. Sono esattamente gli obiettivi dei progetti che sosteniamo.

Fonti:

Steven Grattan, Five Amazon countries arrest hundreds in major crackdown on environmental crime, Associated Press, 4 agosto 2026 — apnews.com

Louise I. Shelley, Corruption & Illicit Trade, Daedalus, vol. 147, n. 3, 2018, pp. 127–143.

Louise I. Shelley, Dark Commerce: How a New Illicit Economy Is Threatening Our Future, Princeton University Press, 2018.

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